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Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo - старонка 56

Il diario di Q.

Roma, 1 novembre 1550

C'è un ultimo lavoro da fare. Carafa lo ha riservato per me. Delicato e importante come gli altri incarichi. Forse di piú. Cosí importante da non poter essere svolto da alcuno che non sia il piú fidato, il piú meritevole dei suoi soldati. Sa di avermi messo piú volte alla prova, di avermi chiesto sempre il massimo sforzo. Dopo quest'ultima missione potrò godere un meritato riposo, beninteso, sempre che ne abbia voglia.

Ho accettato con entusiasmo. Il vecchio questa volta non ha saputo leggermi dentro.

Fottere i Giudei, questi odiosi parassiti, impenitenti assassini del Cristo, spesso convertiti alla vera fede per convenienza, al solo scopo di continuare a trarre lucro dai loro sudici affari, ha detto. Un morbo che appesta dall'interno il corpo della Cristianità. Un morbo che è giunto il tempo di estirpare. Occorre cominciare da dove è piú radicato.

Venezia.

Ha detto di aver capito ancora una volta dai miei resoconti che ero l'uomo piú adatto a questo compito. In verità l'importanza stessa della questione gli si è fatta chiara leggendo di quale potere possano accumulare queste immonde famiglie di usurai. Già da tempo andava studiando la soluzione piú adatta e adesso i tempi sono maturi, è tutto pronto, gli accordi sono stipulati.

L'entrata in vigore dell'Indice dei libri proibiti nei territori della Serenissima è un segnale evidente che le autorità veneziane hanno finalmente compreso la necessità di scendere a un compromesso, superando la spocchia e l'arroganza che da sempre le contraddistingue. Ed è chiaro il motivo: le famiglie patrizie della Serenissima sono indebitate fino al collo, le loro fortune dipendono totalmente dalle borse dei banchieri marrani. Un debito di tale portata da poter essere estinto solo con l'estinzione dei creditori. Lo scambio è di reciproca soddisfazione: a Carafa una dimostrazione di forza del Sant'Uffizio nella città piú ostile alle ingerenze di Roma, preludio del pugno di ferro che il potere inquisitoriale adotterà in ogni territorio cattolico; ai veneziani il risanamento delle finanze attraverso la confisca dei beni dei ricchi Giudei.

Il meccanismo è già avviato. L'Inquisizione e le magistrature veneziane hanno cominciato a istruire processi a personaggi marginali della comunità sefardita, con l'accusa di cripto-giudaismo. Ma è ai pezzi grossi che bisogna arrivare.

Per arrivarci c'è bisogno di uno come me. Uno con trent'anni di guerra spirituale sulle spalle, in grado di creare in città un'ostilità diffusa verso i Giudei, di additarli come la causa di tutti i mali, preparando il terreno a un'offensiva che investa l'intera comunità.

Ho accettato con entusiasmo.

Ho nascosto lo stupore di veder prolungato il mio tempo.

Ho mostrato la maschera dello zelo, quella che oggi non mi appartiene piú.

Ultimo lavoro prima del meritato riposo.

Ultima infamia.

Tenuta in serbo per chi da sempre è a parte dei segreti di Carafa.

Pensavo di essere giunto alla fine. Mi viene concesso altro tempo. Quanto? E perché?

Non sono gli aitanti e famelici domenicani che affollano questi corridoi a poter condurre trame del genere. Troppo fanatici. Pieni del ruolo che gli è stato affidato, sono incapaci di sottili strategie, quanto efficaci nel perseguire ciecamente la preda che viene loro indicata. Tutto alla luce del sole. Carafa li prepara all'offensiva piú importante della guerra spirituale. La resa dei conti, dopo dieci anni di accurata pianificazione. La costruzione che ho contribuito a edificare mattone su mattone, verrà portata a termine da altri e molto presto. L'approssimarsi della ripresa del Concilio, fortemente voluta dall'Imperatore, pare essere l'ora in cui Carafa scoprirà le carte, sferrando l'attacco frontale contro gli Spirituali. La tensione sui volti e nelle voci dei giovani segugi guidati da Antonio Ghislieri, rapace che vola alto nella considerazione del vecchio, dice che ogni indugio sta per terminare.

Non sarò di questa partita perché ne conosco tutte le mosse precedenti: Carafa sa bene che due possono mantenere un segreto soltanto quando uno è morto.

Nel frattempo mi affida l'ultima lercia crociata, per cui non ho piú lo stomaco: inventare il nuovo nemico e muovergli contro l'esercito cristiano. A chiunque accetterà di scendere in battaglia viene garantita una lauta ricompensa: le ricchezze delle sue vittime e un posto in paradiso. I veneziani sono i primi, altri dovranno seguire.

A me, come sempre, il compito di preparare il terreno per la prima mattanza. Poi non resterà che custodire il segreto. Sotto due braccia di terra.

Ho accettato con entusiasmo. Venezia. C'è ancora tempo per sciogliere l'enigma. Questa volta non sarò l'instancabile ed efficiente servitore che Carafa ha conosciuto. Sarà l'enigma, l'imminenza della sua soluzione, a scandire il tempo che rimane.

Capitolo 36

Costa delle Romagne, 5 febbraio 1551

- In Dalmazia è stato un successo, compari! - Perna fa rimbalzare un sasso sul pelo dell'acqua. - Gente che si nutre assai male, capito?, ma sa scegliere con cura le letture. Se andiamo avanti di questo passo rischiamo di diventar famosi come i distributori del Libro piú diffuso dopo la Bibbia.

Vento gelido che sa di notte, di mare e di resina. Sulla spiaggia, con Pietro Perna e João Miquez, un incontro per scambiarsi notizie e progettare l'immediato futuro. Appuntamento di corsari, come molte stagioni fa sulle rive olandesi. La mano affonda lentamente nella sabbia fredda, il sole fa altrettanto oltre la pineta.

Entriamo nel capanno di pescatori. Dentro, il fuoco è già stato approntato. Le reti pendono dal soffitto ad asciugare.

Cerco lo sguardo di João: - Sai qualcosa di Demetra?

Si volta annuendo: - Quella signora ti sta facendo diventare ricco. L'ultima volta che sono passato dal Caratello, non c'era un tavolo libero. Sta bene mi pare, non so di nessuno che l'abbia disturbata.

- E qui nelle Romagne? - Perna mi scuote per un braccio. - Spero non ti sarai perso lo straordinario Sangiovese Sangue di Bue. Dicono che fa sognare, capito?

Estraggo il fiasco dalla borsa e glielo stappo sotto il naso: - Eccoti servito.

Perna tracanna alcuni avidi sorsi: - Dovevo venire a stanarti quaggiú perché mi offrissi ancora del buon vino. Che altro c'è di buono in mezzo a queste paludi?

- La gente di queste terre odia il clero dal profondo delle viscere. Ho conosciuto le persone piú diverse, battezzato contadini e pescatori, mercanti e ubriaconi: tutti testardi allo stesso modo, tutti con il fuoco al posto del sangue. Agitare gli animi, da queste parti, non sembra impresa difficile.

João: - Il Beneficio?

- I carichi sono arrivati regolarmente. Li ho venduti bene. Traffico con i contrabbandieri di qui. Gente ruvida, dall'aspetto truce e un gergo che ancora faccio fatica a capire, ma scaltra e vicina al popolo. Nessuno che sappia leggere o scrivere, ma hanno compreso subito la convenienza dell'affare.

João fischia dentro un conchiglia e scuote la testa: - Meglio cosí. Credo sia necessario che te ne stia in giro ancora per un po'.

Il mio sguardo chiede spiegazioni.

- Le autorità hanno avuto sentore del concilio degli Anabattisti. Non ci sono stati arresti, ma sono tutti sul chi vive. Venezia pullula di sbirri, spie, delatori, non c'è da fidarsi... Da quando è stato promulgato l'Indice, soprattutto gli stampatori sono tenuti d'occhio, i libri non circolano piú con la stessa facilità. E poi c'è una novità: alcuni Giudei convertiti, nostri amici, persone che conosciamo bene, sono stati fermati con l'accusa di cripto-giudaismo. Si annunciano i primi processi, per ora marginali, senza grande clamore, ma sono cose che ho già visto. La prima nuvola nera che preannuncia la bufera, il marchio indelebile dell'Inquisizione, come in Spagna, come in Portogallo.

Perna: - Il tuo amicone, il Papa dalle letture sconce, non mi sembra gran che intenzionato a tenere a bada i cagnacci del Sant'Uffizio. Sta per scoppiare un grande puttanaio, capito? Non bisogna farsi fottere.

Miquez: - Sto usando tutta la diplomazia di cui sono capace per tastare gli umori dei mercanti che sono in affari con noi. Cerco di insinuare una concreta preoccupazione per le nefaste conseguenze di una nostra eventuale incriminazione. Non credo che basti. La diplomazia e la corruzione sono arti indispensabili in questo momento, ma non sempre sono sufficienti. Meglio tenersi pronti a ogni eventualità. Comunque, data l'aria che tira, è meglio che tu resti ancora lontano da Venezia.

- D'accordo, ma non per molto tempo ancora. Comincio ad avere i coglioni pieni di fare il profeta alla mia età. La semina di Tiziano è ormai finita. Il concilio anabattista ha sancito l'unione delle comunità che dissentono dalla Chiesa. Circoli frequentati da figure di spicco in ogni stato della penisola premono sui governanti. Un grande pittore, con cui ho avuto in sorte di diventare familiare, Jacopo da Pontormo, sta affrescando Il Beneficio di Cristo nella cappella dove sarà sepolto Cosimo de' Medici. Un'opera meravigliosa, ho visto il progetto e parte degli affreschi già realizzati, che egli conduce in gran segreto. Tutte le comunità sono attive: il sasso è stato lanciato, le conseguenze si vedranno. Intanto è necessario che mi teniate informato su quanto accade a Venezia. Anche i dettagli sono importanti.

Rimaniamo in silenzio. La risacca culla i pensieri insonnoliti, la testa è pesante. Le nostre ombre scivolano lunghissime lungo le pareti fino al soffitto.

Perna drizza il capo, come svegliato da un rumore improvviso, gli occhi piccoli e arrossati di stanchezza: - Potrei avere ancora un po' di quel nettare?

Il diario di Q.

Venezia, 24 febbraio 1551

A Venezia sono uno fra i tanti. Una spia nel paese delle spie. Sono in molti quelli che osservano, annotano, e poi riferiscono al padrone di turno, spesso al servizio di piú padroni al tempo stesso. Turchi, austriaci, inglesi: non c'è potenza, partito o impresa commerciale che non abbia interesse a tenere occhi e orecchie in ogni angolo di questa città. Tutti spiano tutti, in un incastro di doppi giochi, tripli, quadrupli. Dentro questo labirinto di strategie e opposte congiure dovrei fare emergere l'interesse comune di incastrare i Giudei.

Come?

Intanto tengo la mente allenata con gli intrighi che lubrificano il patto tra Carafa e i veneziani.

Il 21 di questo mese il Consiglio dei Dieci ha bandito i padri Barnabiti e le monache Angeliche da Venezia, con l'accusa di passare notizie riservate, raccolte in confessionale, al governatore di Milano Ferrante Gonzaga, vassallo dell'Imperatore. In questo modo Carafa si è liberato di un concorrente, ha chiuso gli occhi e le orecchie di Carlo V a Venezia. L'astuzia del vecchio teatino è spaventosa. Non solo pulisce il campo dagli avversari in vista di grandi manovre, ma consente ai veneziani di confermare la celebre fama di integerrimi custodi dei propri affari, unici a non tollerare ingerenze di alcuno, neanche di Roma. Il vecchio finge di dolersene, mentre stringe la morsa.

Sono a Venezia da un paio di mesi. Non frequento molti luoghi, ma al mio soldo ci sono diversi occhi che osservano ciò che mi interessa. Il bordello del defunto eresiarca di Anversa innanzi tutto. Di lui nemmeno l'ombra: piú fantasma che mai. Devo avere pazienza. Raccogliere altre informazioni su Tiziano. E intanto svolgere il compito che mi è stato assegnato.

Il diario di Q.

Venezia, 9 marzo 1551

Gli occhi che pago nelle stanze della Magistratura sugli Stranieri riferiscono di una strana affluenza in città nell'ottobre dello scorso anno. Personaggi ambigui, piccoli artigiani, commercianti, chierici, letterati, alcuni provenienti anche da lontano. Un centinaio di presenze difficilmente riconducibili agli affari di Venezia. Nessuno di loro si è trattenuto piú di una settimana. Una macchia nera negli archivi delle autorità locali.

I nomi non dicono niente. Tranne uno. Pietro Manelfi, figlio di Ippolito Manelfi, chierico di Ancona.

Lo stesso nome che compariva tra gli accoliti del circolo cripto-protestante di Firenze.

Lo stesso circolo frequentato da Tiziano tra il '49 e il '50.

Una traccia.

Segnalare questo nome agli Inquisitori dei territori limitrofi: Milano, Ferrara, Bologna.

Venezia, 16 marzo 1551

Pervenuta una missiva dal Padre Inquisitore delle Romagne.

Interrogati alcuni artigiani di Ravenna in merito alla pratica del battesimo degli adulti. Sostengono di aver sentito di un certo Tiziano dedito a quella pratica non piú di un mese fa, nelle terre basse intorno alla città. Dicono anche che detto Tiziano parlasse contro l'autorità del clero e la proprietà ecclesiastica. Dicono che riscuotesse la simpatia della plebe, sempre pronta da quelle parti ad accogliere ogni pretesto per dar luogo a imposture e tumulti.

Venezia, 18 marzo 1551

Segnalazione dell'Inquisitore di Ferrara.

Sostiene il nome di Tiziano il battista essere noto in certi ambienti di quella città.

Venezia, 21 marzo 1551

L'intera notte è passata a riflettere sulla strategia adottabile nei confronti dei Giudei. Forse c'è un modo.

Scrivere a Carafa.

Lettera inviata a Roma da Venezia, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 22 marzo 1551.

All'illustrissimo e onorandissimo signore Giovanni Pietro Carafa.

Signore mio osservandissimo, i tre mesi di permanenza in questa enorme e bizzarra città sono stati sufficienti a suggerirmi quella che reputo l'unica strategia praticabile contro i Giudei. Mi affretto quindi a darne conto alla Signoria Vostra, affinché possa esprimere il piú saggio parere sopra di essa e concedermi il privilegio di servire ancora agli scopi comuni.

Gli equilibri di Venezia sono intricati e complessi quanto le sue calli e le sue vie d'acqua. Non v'è informazione o accadimento piú o meno segreto che non incontri sul proprio cammino gli occhi o le orecchie di una spia, di un osservatore straniero, di un mercenario al soldo di qualche potente. Io stesso, per poter accedere alle notizie sotterranee, ho dovuto adottare lo stesso metodo. Agli affari che incessantemente ogni giorno si svolgono alla luce del sole, corrisponde un volume eguale o maggiore di maneggi, traffici e accordi occulti che riguardano ogni ambito della vita della Serenissima. Il Sultano ha le sue spie in Rialto, cosiccome il re inglese e l'Imperatore Carlo. Il Gonzaga aveva i suoi informatori tra le fila stesse del clero veneziano, come la Signoria Vostra sa bene. I grandi mercanti manovrano nell'ombra per non lasciar trapelare gli accordi commerciali e non veder sfumare le migliori occasioni di guadagno. Nessuno, sia esso principe o mercante, potrebbe sopravvivere a Venezia se non potesse avvalersi di una rete di abili spie, in grado di riferire rapidamente sui giochi di potere interni ed esterni alla Repubblica di San Marco.

I Giudei non svolgono una parte secondaria in questo genere di rapporti, anzi, il loro appartenere solo per metà a Venezia, il ruolo di banchieri e finanziatori, la doppia religione, ne fanno uno dei cardini portanti della vita commerciale e politica della città. Questa loro posizione, da un lato li fa sembrare inattaccabili, dall'altro ci indica il loro punto debole.

Molte delle famiglie giudee si sono convertite alla fede cristiana per togliere ogni possibile intralcio ai loro affari e difendersi da qualsiasi attacco. Questa dissimulazione può esser loro rinfacciata, e diventare essa stessa il fulcro di una diffusa avversione nei loro confronti. A questo si aggiunga che in molti casi il Turco si avvale proprio della consulenza e dell'abilità dei finanziatori giudei per rappresentare a Venezia i propri interessi. Ne sono un ottimo esempio i Mendesi, già responsabili della diffusione del 2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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