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Si prega di abolire le notizie - старонка 8

L'intervista senza domande

Abolita l'informazione, nella televisione italiana il format del talk

show si è mangiato anche l'approfondimento. Con due aggravan-

ti. Primo: il talk show scivola sempre più verso il reality show, cioè

verso la rissa, l'incidente, il colpo di scena, l'irruzione nella pri-

vacy (naturalmente finta: vedi D'Alema che fa il risotto in tv) per

acchiappare ascolti. Un tempo Alessandra Mussolini prendeva a

calci Katia Belillo nello studio di Porta a Porta, ora prende a sber-

le (peraltro ricambiata) Vittorio Sgarbi nello studio di La pupa e il

secchione. Secondo: i nostri «talk-reality show», anziché dagli scin-

tillanti David Lettermann e Jay Leno, sono condotti dal mortife-

ro Vespa, dalla balbettante La Rosa, dal soporifero Floris, dall'i-

nutilmente sorridente Mentana, dalla tetra Pivetti, dal pregiudi-

cato Martelli. Tutti convinti che l'unico modo per approfondire

l'attualità sia quello di radunare in studio due o tre politici di de-

stra e altrettanti di sinistra, con rispettive clacque alle loro spalle

e con qualche bellona reclutata per soddisfare l'occhio del tele-

spettatore (di solito maschio) ed evitare che si addormenti o cam-

bi canale. «Il nuovo regime» ha scritto Carlo Freccerò «ha i suoi

spazi in tv, nel salotto di Vespa, dove il confronto è attutito, i di-

battiti volutamente svuotati di senso e simulati fra sostenitori di

una stessa tesi.» E, ha aggiunto l'ex direttore di Rai2, «se un regi-

me è una bolla spazio-temporale, un sistema chiuso, la sua me-

tafora televisiva è il reality show claustrofobico di oggi, la casa del

Grande Fratello, il distacco dalla realtà, il dialogo incessante sul

nulla, l'attenzione spasmodica puntata sulla psicologia dei perso-

naggi, sull'introspezione anziché sull'analisi politica. In questa tv

2. Senti questo, senti quello 65

commerciale di regime, la diretta non è più un mezzo di comuni-

cazione con l'esterno, ma la camera fissa verso l'interno. Il suo uso,

da politico, diventa privato. Anziché una finestra sul mondo, di-

venta il buco della serratura sul quotidiano» {MicroMega, n. 5/2004).

Gli esperti parlano di «infotainment», dove però l'«info» è ri-

dotto al lumicino e il «tainment» (da entertainment) la fa da pa-

drone. E il giornalista-conduttore si riduce a reggimicrofono-cro-

nometrista, abdicando in partenza alla sua funzione di deposita-

rio dei fatti e di cane da guardia del potere al servizio dell'opinio-

ne pubblica. Le domande sono fiacche e rituali, di solito concor-

date con l'interlocutore anche quando appaiono sbarazzine: nes-

sun politico di un certo peso accetta ormai di sedere in un salotto

televisivo senza prima aver letto i quesiti che gli verranno posti,

aver depennato quelli sgraditi e, per soprammercato, aver scelto

gli altri ospiti.

Ciò che conta, oltretutto, non è la prima domanda: quella è di

prammatica, sono capaci tutti di farla. Ciò che davvero conta è la

seconda domanda, quella che serve a incalzare l'intervistato, a in-

chiodarlo ai fatti, a costringerlo a non scantonare, a smascherare

l'evasività della prima risposta, a far notare che le cose stanno di-

versamente. Di solito invece si pone la prima domanda, l'ospite ri-

sponde o finge di farlo, poi si passa immediatamente a un altro ar-

gomento, e il telespettatore - in mancanza di obiezioni del gior-

nalista - si fa l'idea che l'intervistato abbia detto la verità, che le

cose stiano proprio come dice lui.

Nello schema del talk show, la domanda serve soltanto a dare

il là alla discussione fra gli ospiti, con l'intervistatore ridotto a di-

rigere il traffico delle opinioni altrui dando la parola all'uno e al-

l'altro. Così capita spesso che, in un dibattito sull'economia, il po-

litico di destra, se sta al governo, fornisca cifre che inducono la

gente all'ottimismo, e il politico di sinistra, se sta all'opposizione,

ne fornisca tutt'altre improntate al più cupo pessimismo. E vice-

versa. A quel punto, mentre tutti danno i numeri, il telespettato-

re attende con impazienza che qualcuno informato sui fatti - even-

tualmente il giornalista - intervenga a ricordare qual è il dato rea-

le, poniamo, sul tasso di disoccupazione o sulla pressione fiscale

o sul rapporto debito-pil, essendo improbabile che esistano due

66 La scomparsa dei fatti

tassi di disoccupazione, due pressioni fiscali e due rapporti debi-

to-pil: uno di destra, l'altro di sinistra. Come se l'aritmetica fosse

un'opinione. Ma quel momento non arriva mai e, dopo un paio

d'ore di cifre e controcifre, scorrono i titoli di coda. Arrivederci

alla prossima puntata. Così chi sta a casa ne sa esattamente quan-

to prima: cioè niente. Preso in mezzo tra i dati «visti da sinistra»

e i dati «visti da destra», sceglierà quelli più confacenti al suo orien-

tamento politico. Oppure, scoperto il gioco, terrà spenta la tele-

visione maledicendo il giornalismo da marciapiede. Nel migliore

dei casi, andrà a cercare qualche notizia vera e qualche dato at-

tendibile da un'altra parte (internet, giornali, libri, convegni). Nel

peggiore, si farà l'idea che l'unico modo possibile di fare infor-

mazione sia quello che ha visto in tv.

Embedded forever

Il guaio è che la stessa idea cominciano a farsela intere generazio-

ni di giovani giornalisti che si affacciano oggi alla professione. Un

tempo si diventava giornalisti dopo aver letto Montanelli, Bocca,

Pansa, Pintor, Scalfari, Terzani, Fallaci, o dopo aver visto in tv Bia-

gi, Zavoli, Barbato, Santoro, Lerner, Beha. Ora, è vero, sopravvi-

vono i reportage di Santoro e Milena Gabanelli, che si ostinano a

mostrare pezzi di realtà nudi e crudi, sfuggendo al mortifero ping-

pong dei punti di vista. Ma lo fanno in posizioni marginali, ac-

compagnati dall'ostilità dell'intera classe politica: le proteste del

governatore siciliano Totò Cuffaro per la lesa maestà in una fa-

mosa puntata di Report sulla mafia sono identiche, alla lettera, a

quelle del sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino e del governa-

tore calabrese Agazio Loiero per le due puntate di Annozero de-

dicate alla Camorra e alla 'Ndrangheta. Proteste anche compren-

sibili, visto che i politici sono stati abituati troppo bene da una tv

che la realtà la nasconde o la fa raccontare direttamente a loro. Da

lungo tempo, ormai, quattro sere settimanali sulla prima rete na-

zionale, sotto tutti i governi e i regimi, sono appaltate a Bruno Ve-

spa. E chi vuol fare carriera nel giornalismo televisivo sa di doversi

ispirare a lui.

2. Senti questo, senti quello 67

Il simbolo dei Vespa boys, un eroe dei nostri tempi, è Stefano

Mensurati da Zagarolo, ex redattore del Secolo d'Italia, dunque

assunto in Rai in quota An. Nel 2003, essendo molto «vicino» al

ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri, viene pro-

mosso a conduttore di uno dei programmi radiofonici più ascol-

tati, Radio anch'io. Il 9 marzo 2004, dopo averlo a lungo corteg-

giato, riesce a ospitare nientemeno che il presidente del Consiglio

in carica, il cavalier Silvio Berlusconi in persona. L'ora è grave, nel

pieno della campagna elettorale per le europee e le amministrati-

ve. Il governo è in difficoltà, la maggioranza berlusconiana rischia

grosso. Emozionato ma fiero, Mensurati sa di non poter sbaglia-

re. Per evitare incidenti che indispettiscano l'illustre ospite, pre-

dispone insieme al suo direttore Bruno Socillo ogni sorta di filtri

sulle telefonate in diretta dei radioascoltatori. Ma, col telefono

aperto in diretta, accade l'imprevisto. È in linea per interloquire

col premier un certo Salvatore da Palermo. Prima di mandarlo in

onda, da studio l'hanno catechizzato sulle cose che non deve di-

re: guai se oserà contraddire il capo del governo. Salvatore, man-

sueto, promette che farà il bravo e finalmente gli danno la parola:

Signor presidente, io sono uno di quei numeri di partita Iva che

nei prossimi mesi dovrà chiudere per forza di cose la sua attività:

l'economia nella nostra isola non è al collasso, ma in coma profon-

do. Purtroppo ci troviamo, come dice lei, a pagare qualcosa in me-

no le tasse centrali. Io sono un imbonitore di piazza, mi scusi l'ac-

costamento, forse siamo fra colleghi... Per quanto riguarda tutti i

comuni dove io vado a espletare la mia attività, le tasse comunali

della Cosap sono aumentate di qualcosa come il 300 per cento dei

costi. Quindi questa diminuzione di tasse io non l'ho riscontrata:

c'è dove pago di meno e dove pago molto, molto di più. Allora

questo mi sembra il cane che si morde la coda, a meno che...

Mensurati, che nel frattempo dev'essere svenuto un paio di volte,

viene rianimato su due piedi con le bombole di ossigeno e final-

mente ritrova la .favella per interrompere bruscamente l'ascolta-

tore: «Grazie Salvatore, la domanda è chiara». Berlusconi è una

furia. Nessuno si era mai permesso di dargli, in faccia, dell'imbo-

nitore. E ringhia in diretta:

68 La scomparsa dei fatti

Alla prima domanda non rispondo perché non siamo affatto col-

leghi: il signore farà un mestiere che fa parte della nostra econo-

mia, io faccio un altro mestiere, io governo il paese e sono qui per

garantire al mio paese il mantenimento della libertà e l'amplia-

mento della libertà, per garantire al mio paese un cambiamento

nel senso della modernizzazione, per garantire agli italiani una

riforma etica del modo di fare politica, e per cambiare anche il

modo di fare politica con i fatti e non con le chiacchiere. Quindi

lui faccia il suo mestiere, il mio è molto diverso dal suo...

Mensurati, al suo fianco, tenta un estremo atto riparatore:

Io mi scuso con lei, naturalmente, per l'intervento del nostro ascol-

tatore. Normalmente i nostri ascoltatori non mancano mai di ri-

spetto agli ospiti, e questo vale per tutti, e non solo per il presi-

dente del Consiglio... Ci fermiamo per un breve spot pubblicita-

rio, restate all'ascolto.

Naturalmente, dopo lo spot pubblicitario, Mensurati cambia discorso

con abile guizzo: il tema delle tasse e dei rincari, da settimane all'or-

dine del giorno su tutta la stampa italiana, sparisce dalla trasmissio-

ne e il Cavaliere può cavalcare incontrastato nelle praterie della pro-

paganda, senza degnare l'ascoltatore della benché minima risposta.

Qualche giorno dopo, Antonello Caporale va a intervistare il

povero Mensurati per il Venerdì di Repubblica. Il conduttore di

Radio anch'io gli illustra la sua personalissima concezione del me-

stiere di giornalista: un collezionista di ospiti illustri da non di-

sturbare mai con domande o obiezioni. Non per nulla - spiega -

egli aspira a diventare un giorno come Vespa, che è un po' il suo

spirito-guida. «Berlusconi, D'Alema, e prima Fassino e Fini. Pas-

sano da qui e spiegano, dicono. Io faccio parlare, ho un modo di

pormi che accoglie le richieste dell'ospite... Che diritto ho di con-

testare quel che il politico dice?... Berlusconi è venuto e ha snoc-

ciolato cifre.» «E lei» ironizza Caporale «ha preso nota.» Mensu-

rati, pronto: «E mi metto a contestargli le cifre? E cosa ne so? E

come posso? Ma anche D'Alema si è trovato a suo agio». Capo-

rale: «Tutti qui si trovano a proprio agio». Mensurati: «E mi rin-

graziano moltissimo... Interrompo quando è proprio necessario.

E non bado alle polemiche che può suscitare una mia presa di pò-

2. Senti questo, senti quello 69

sizione. Esempio: un ascoltatore, con Berlusconi in diretta, lo ac-

cusa di essere un imbonitore. Io lo fermo e prima che il premier

risponda, chiedo scusa a nome di tutti per quel linguaggio fran-

camente eccessivo. Io non devo indispettire l'ospite, né devo in-

dispettire i radioascoltatori...».

Stendiamo un velo pietoso e fermiamoci qui. Non c'è bisogno

di aggiungere altro. Il giornalista deve «mettere il politico a pro-

prio agio», dunque non disturbarlo con domande importune: chi

è lui per «contestare quel che il politico dice»? Chi è lui per «con-

testargli le cifre»? «E cosa ne so? E come posso?». Gli si potreb-

be spiegare che il giornalista le cifre le deve conoscere, e che, se

l'ospite ne fornisce di false, lui lo deve correggere, altrimenti al suo

posto potrebbe esserci chiunque. Ma è inutile infierire. Se un gior-

nalista si sottopone a umiliazioni proibite - crediamo - anche dal-

la convenzione di Ginevra, un motivo ci dev'essere. E comunque

il sistema Rai, che fa del sistema dei partiti l'editore unico (sia pu-

re multiplo), produce i Mensurati e dissuade i censurati. Nel sen-

so che i più prevengono la censura con l'autocensura, e obbedi-

scono agli ordini ancor prima di ricerverli. La frase «ho un modo

di pormi che accoglie le richieste dell'ospite» è più che una con-

fessione: è un programma di vita, una categoria dello spirito.

Nel settembre 2005 la Rai decide di cambiare il direttore del Tgl:

al posto di Clemente J. Mimun ci mette addirittura un giornalista,

Gianni Riotta. Ma Mimun, ripetono tutti, è «un grande profes-

sionista» (anche se non precisano in quale professione) e la sua

pregiata professionalità non può andare dispersa neppure per un

istante. Gli propongono, dunque, a sua scelta, la direzione di Rai

Sport e dei Servizi Parlamentari. Dopo breve riflessione, lui sce-

glie i secondi, scalzandone la direttrice uscente Anna La Rosa. Nes-

suno spiega in base a quali titoli Clemente J. si sia meritato quel-

1 incarico cruciale, che comprende tutti i notiziari sul Parlamento

e il governo, nonché le tribune politiche ed elettorali. Come pe-

raltro nessuno aveva spiegato in base a quali titoli lo dirigesse, pri-

ma> la signora La Rosa. Nella famigerata prima Repubblica, quel

Posto era affidato a un uomo di grande cultura e specchiata indi-

Pendenza come Jader Jacobelli. Ora passa da La Rosa a Mimun.

70 La scomparsa dei fatti

È l'evoluzione della specie. La signora tenta disperatamente di re-

sistere, elencando i suoi titoli professionali in una memorabile in-

tervista a Repubblica:

I miei capelli sono liscissimi. La stima del mondo politico mi sem-

bra confortante. Con Casini vado d'accordo. Con An i rapporti

sono ottimi. Pecoraro Scanio è un amico. Fassino e Diliberto sti-

mano il mio lavoro. Con Anna Serafini siamo amiche amiche. Lei-

la Bertinotti ha avuto la cortesia di invitarmi a cena a Montecito-

rio. C'era anche Fausto.

Purtroppo non è bastato. Clemente J. ha saputo esibire un curri-

culum migliore, in un'altrettanto indimenticabile intervista all'E-

2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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